“Ma in che Paese viviamo?” È la domanda che Marco Rizzo ha scolpito sui social, in maiuscolo, dopo la scarcerazione di Youssef Siher e la notizia che Mario Roggero resterà in carcere a scontare la sua condanna definitiva. Un corto circuito giudiziario e mediatico che il politico torinese ha trasformato in un video destinato a far discutere, evitando ogni perifrasi: “Ma che cazzo di Paese è questo?”, ha scandito nel finale, chiudendo l’intervento con un pugno retorico che lascia poco spazio all’interpretazione.
Per capire il peso di quella domanda bisogna conoscere Marco Rizzo. Torinese, figlio di un operaio della Fiat, ha attraversato la sinistra comunista italiana dagli anni Settanta fino al tramonto del Novecento. È stato dirigente del PCI, poi uno dei volti più noti di Rifondazione Comunista e successivamente del Partito dei Comunisti Italiani, ricoprendo incarichi alla Camera e al Parlamento europeo. Oggi guida Italia Domani, progetto che punta a superare la tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra, collocandosi in una posizione che lui stesso definisce identitaria e patriottica.
Il video di Rizzo prende le mosse dalla vicenda di Youssef Siher, indagato per istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e, in un secondo procedimento, per violenza nelle manifestazioni. La gip di Milano, Tiziana Landoni, ha rimesso in libertà il giovane, non convalidando il fermo e respingendo la richiesta di custodia cautelare in carcere. Secondo il giudice, per entrambe le contestazioni risultavano assenti i gravi indizi necessari a giustificare la misura restrittiva.
Rizzo riporta le accuse con il beneficio del dubbio, evitando di anticipare giudizi che spettano alla magistratura: Siher, secondo l’ipotesi investigativa, “parrebbe avesse incitato a rompere le vetrine dei negozi” e a spingere i cosiddetti “maranza” verso i saccheggi. Una ricostruzione che il giudice non ha ritenuto sufficiente, allo stato degli atti, per confermare il carcere preventivo.
Sull’altro piatto della bilancia c’è Mario Roggero. L’orefice di Grinzane Cavour sta scontando una condanna definitiva a 14 anni e nove mesi per duplice omicidio, tentato omicidio e porto abusivo d’armi. I giudici hanno escluso la legittima difesa: Roggero, secondo le sentenze, aveva già disarmato i rapinatori e li avrebbe inseguiti e colpiti quando l’aggressione era ormai conclusa.
Ed è qui che Rizzo affonda il colpo. Per una persona ultrasettantenne, osserva, una condanna vicina ai quindici anni rischia di coincidere con il resto della vita. Parla di un sostanziale “ergastolo”, pur consapevole che la pena formalmente prevista è diversa, e contrappone quella detenzione alla scarcerazione di Siher. Due vicende giudiziarie profondamente differenti per gravità delle accuse, stato del procedimento e decisioni dei giudici, ma che nella percezione pubblica finiscono fatalmente affiancate.
Da qui la domanda, trasformata in slogan: “Ma in che Paese viviamo?”